Generazione “intern”

Ogni generazione viene ricordata per un evento o un fenomeno particolare: il ’68, l’avvento dei computer, internet.

Qual è, dunque, l’elemento che accomuna questa di generazione, quel tratto che caratterizza gli studenti che in questo momento occupano le aule universitarie, che si aggirano per le biblioteche cercando disperatamente di memorizzare pagine che sembrano più vicine al sanscrito che ad una lingua viva e comprensibile?

Difficile da dire. Sicuramente, una delle nuove preoccupazioni da aggiungere alla lista è la ricerca di un tirocinio.

Sì, il tirocinio: quel periodo in cui si è ancora oppressi dalle centinaia di pagine da studiare per il prossimo esame e la sveglia presto la mattina per affrontare quelle sette/otto ore di lavoro non retribuito.

Mai come adesso aziende, studi legali, organizzazioni di tutto il mondo è difficile che propongano un contratto ad un neolaureato senza neanche un minimo di esperienza lavorativa durante il periodo universitario.

Per questo motivo, che sia obbligatorio per il conseguimento della laurea o meno, tutti noi studenti ci ritroviamo a cercare un luogo che ci accolga da quattro a sedici settimane.

Non importa dove, non importa il settore. L’importante è iniziare.

Accomunati dalla voglia di conoscenza, di sapere com’è fatto il mondo fuori dalle mura accademiche.
Accomunati dalla voglia di sapere com’è fatto il mondo fuori dalle mura accademiche.

E’ giusto partire cercando quell’azienda, quell’istituzione, che più si addice al proprio percorso di studi. Tuttavia, non bisogna neanche sottovalutare le opportunità che si possono presentare cercando al di là di ciò che inizialmente era l’obiettivo. Non si può mai sapere se qualcosa non è adatta (o lo è) finché non la si tocca con mano.

Scoprire che un’attività, una professione, un luogo, possano fare per noi o siano del tutto fuori luogo, può essere cruciale per le scelte future e per evitare di sprecare tempo ed energie.

Pertanto, curriculum a portata di mano e lettera di motivazione sempre aggiornata, ci si sottopone al lungo calvario della procedura di “application”.

A questo punto, non resta altro che aspettare.

Questa fase, come molti di voi sapranno, può richiedere giorni, settimane, anche mesi, senza neanche una comunicazione.

Un giorno, all’improvviso, arriva quella mail, quella chiamata, che annuncia l’esito positivo di una domanda inviata mesi prima, per la quale ormai si erano perse le speranze.

Il tempo adesso non basta più, è necessario decidere in fretta se accettare la proposta, se trascorrere le settimane successive tra scrivanie e uffici sconosciuti.

Non accettando, ci si preclude un’opportunità. Facendolo, invece, si acconsente a vivere un’esperienza unica, difficile ma stimolante.

Quest’esperienza lavorativa rimarrà sempre nel nostro bagaglio, sarà la base per quello che vorremmo sia il nostro futuro.

Inoltre, in questo viaggio, se saremo abbastanza fortunati, si avrà l’occasione di conoscere persone provenienti da mondi diversi, individui che potrebbero diventare dei punti di riferimento non solo a livello lavorativo, ma soprattutto personale, consapevoli di gettare le basi per un avvenire solido, accomunati dalla voglia di conoscenza, di sapere com’è fatto il mondo fuori dalle mura accademiche.

Questa è la nostra generazione: generazione “intern”.

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